Le convergenze parallele di Alfano e Bersani per frenare i movimentisti

Non è un patto, ma piuttosto un’esplicita convergenza di interessi politici quella che ieri Bersani e Alfano hanno voluto far emergere in modo esplicito; dopo giorni di colloqui che hanno animato i dedali sotterranei che collegano tra loro le segreterie di partito, le alte cariche istituzionali e persino Palazzo Chigi, casa di Mario Monti. Il risultato è una parziale stabilizzazione di un quadro politico che rimane tuttavia mobile, teso, ed esposto ancora ai rischi di improvvise deflagrazioni anche nei rapporti tra partiti e governo tecnico. Leggi l'editoriale Primarie per due
20 AGO 20
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Non è un patto, ma piuttosto un’esplicita convergenza di interessi politici quella che ieri Pier Luigi Bersani e Angelino Alfano hanno voluto far emergere in modo esplicito; dopo giorni di colloqui che hanno animato i dedali sotterranei che collegano tra loro le segreterie di partito, le alte cariche istituzionali e persino Palazzo Chigi, casa di Mario Monti. Il risultato è una parziale stabilizzazione – si vedrà quanto salda e duratura – di un quadro politico che rimane tuttavia mobile, teso, ed esposto ancora ai rischi di improvvise deflagrazioni anche nei rapporti tra partiti e governo tecnico. Nei corridoi delle segreterie si diffonde un dubbio: Monti cerca di farsi mandare a casa lui, prima del tempo?
Pd e Pdl si sono riuniti nello stesso giorno, e nello stesso giorno, ieri, i rispettivi uffici politici hanno stabilito che faranno le primarie “aperte” al loro interno e – questo è implicito – tenteranno un difficoltoso accordo sulla riforma della legge elettorale. “Il presidenzialismo non è la nostra opzione”, ha detto Bersani rivolgendosi ad Alfano, “ma siamo per un sistema parlamentare riformato, semplificato e rafforzato, per un ruolo forte del governo”. E poi: “Ci piace il doppio turno. Ma se non si potesse fare, noi non ci terremo comunque il Porcellum”. Difficile credere che il segretario del Pd non avesse concordato tutto (o quasi) con il suo collega del Pdl.
Perché entrambi i segretari ieri hanno di fatto rilanciato quel pacchetto di riforme, negoziato da Luciano Violante (per il Pd) e Gaetano Quagliariello (per il Pdl), che prevede il rafforzamento dei poteri del governo e una nuova legge elettorale tedesco-spagnola (in realtà molto più spagnola che tedesca). La convergenza d’interessi è evidente, la nuova legge premierebbe i partiti più grossi, non obbligherebbe alle coalizioni, dunque, di fatto, nel centrosinistra, limerebbe le unghie di Antonio Di Pietro, di Nichi Vendola e delle liste civiche (compresa Repubblica). Inoltre Bersani sa pure di poter tentare così, e da una posizione di maggiore forza contrattuale, una manovra per agganciare Pier Ferdinando Casini. Guarda caso il segretario del Pd, ieri, ha parlato di “un patto con i moderati”. Per Alfano il meccanismo è molto simile, ha il pregio di rintuzzare la tentazione movimentista di Silvio Berlusconi: in un solo colpo il sistema spagnolo cancellerebbe infatti il rischio, malgrado la direzione del partito ieri lo abbia escluso ufficialmente, che il Pdl possa scomporsi in una girandola di liste pulviscolari.
La lettera del presidente del Senato Renato Schifani pubblicata giovedì sul Foglio, pur indirizzata da Schifani verso l’interno del suo partito di origine, il Pdl, è in realtà nata anche da questa fitta rete di contatti politici e istituzionali ed è servita a dare un po’ di respiro al trasversale partito che non tifa per abbattere Monti e per conquistare le elezioni anticipate. Il rischio negli ultimi giorni si era fatto concreto, e le tensioni di ieri sulla Rai e sulla Giustizia lo confermano (e confermano ancora i rischi). D’altra parte settori del Pd, e anche del Pdl, hanno lavorato intensamente per un clima pre-elettorale. C’erano stati persino contatti per orchestrare non meglio specificati “incidenti parlamentari” alla Camera sul pacchetto corruzione del ministro Paola Severino. E’ stata la lettera del presidente del Senato dunque a spingere il Pdl ad interrogarsi sul da fare e, di conseguenza, a rianimare l’ultimo tentativo di compromesso riformista in questa legislatura tra Pd e Pdl. Non è affatto detto che funzioni.
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